Appena fuori dell’abitato di Vibo Valentia si scorgono le mura e le rovine dell’antica città greca Hipponion, insediamento pre-ellenico anticamente detto Veip dalle popolazioni bruzie, e poi nominato Hipponion dai Greci di Locri che si spinsero fino al Tirreno per assicurarsi uno sbocco commerciale sul mare. Ad oggi, gli scavi archeologici hanno messo in luce soltanto alcune aree del tessuto urbano. Oltre alle fortificazioni, sono state ritrovate le necropoli e alcune aree di culto; le prime all’interno delle mura, cosa insolita per i Greci, le seconde nelle zone periferiche della città. Individuate nei primi decenni del Novecento, le grandiose mura di cinta, composte da grossi massi di arenaria e munite di torri, si estendevano originariamente per un tratto di oltre 6 chilometri. La parte più consistente e meglio conservata, venuta alla luce in località Tappeto Vecchio, è lunga circa 500 metri, ma isolati tratti di mura si possono vedere anche risalendo la strada che oggi conduce al cimitero della città.
Entro un recinto è visibile lo stilobate di un tempio dorico del VI-V sec. a.C., che, grazie alla sua posizione sulla cima del colle, dominava l’ampio golfo e segnalava la città ai naviganti. Del tempio, saccheggiato in epoca antica e utilizzato come cava di pietra, è rimasto ben poco, ma nell’area vennero ritrovati molti frammenti di decorazioni architettoniche, oggi custoditi nel Museo archeologico di Reggio calabria. Vestigia del municipium romano sono state invece rinvenute in località Sant’Aloe e tra queste i resti di almeno tre domus con ambienti termali dai pavimenti a mosaici policromi. Il mosaico più antico, databile al II secolo d.C., raffigura al centro una nereide a cavallo di un ippocampo in un mare pieno di delfini stilizzati.